Il riscatto della parola “Puttana”

Occorre andare alla base delle radici delle parole per comprendere questo termine, che culturalmente invece ha preso nella modernita’ attuale valenze negative.

Il termine «puttana», che nell’italiano popolare acquisisce un grave tono offensivo, deriva da puteus (puticuli, i pozzi, intesi come grembi ipogei di rinascita, dove i Romani del popolo seppellivano i morti).

Nell’Avesta, il testo sacro del mazdeismo, mediante la parola putika ci si riferisce invece ad un lago mistico di acqua rigenerante.

Il termine puteus si accosta quindi all’idea di vagina, grembo, utero, ovvero ai concetti di ricezione e di contenimento. Non a caso la parola italiana “cunicolo”, buco o passaggio stretto, deriva dal latino cunnus, vagina.

In ogni caso la radice cun proviene dalla Grande Dea orientale Cunti o Kunda, la yoni dell’Universo, divinità “cunni-potente”, che detiene cioè la magica vagina della nascita. Da qui il termine Kundalini, il dispiegamento della potenza che risiede nell’osso sacro. Cfr. Barbara G. Walker, The Woman’s Encyclopedia of Myths and Secrets, cit., pp. 197-198.

In entrambi i casi, come è facile notare, siamo legati concettualmente a qualcosa che sfiora l’idea di un sentimento sacro. Non a caso la radice sanscrita presente nei Veda, puta, entrata anche nelle lingue romanze con tutt’altro senso (cfr. spagnolo puta, francese pute) allude a ciò che è «puro» o «santo», e significativamente in ebraico la parola Kaddosh vuol dire sacro mentre Kaddeshà prostituta. 

Anche il termine ebraico hor (affine all’etimo delle Horae greche, le sacerdotesse di Afrodite) valeva come sinonimo sia di buco (o pozzo) sia di sacra prostituta e della dea che serviva, la cui yoni, cioè la vagina, era rappresentata metaforicamente da un pozzo o da una vasca d’acqua situata al centro del tempio. Molte antichissime chiese protocristiane contengono un pozzo all’interno e anche sculture molto erotiche con vagine in vista, del tutto inconcepibile oggi.

Quanto siamo lontani dal comune senso volgare che oggi attribuiamo al termine “Puttana”.

Detto brevemente, in contesti storici o culturali diversi, il sostantivo «puttana» implica inizialmente, sul piano strettamente etimologico, il concetto della sacralità. E per questo in ogni donna giace una Puttana.

Tuttavia, porre in relazione la sessualità all’idea di sacro, crea oggi uno scomodo paradosso per molte persone.

Eppure, anticamente, il sesso era considerato una vera e propria liturgia, a dire un mistico atto sacramentale (ierogamia) che permetteva ad entrambi i partner di trascendere i propri sensi comuni per entrare in una nuova dimensione spirituale. Essenzialmente si trattava di un rito di passaggio e di trasformazione interiore: di qui la ierodula, la serva-amante, veniva chiamata pertanto «Grande Prostituta» (assumendo l’epiteto della dea al cui servizio era addetta), ed eseguiva ogni volta un particolare atto sessuale di coitus reservatus, un intenso e prolungato orgasmo di tutto il corpo, il quale avrebbe condotto l’uomo all’horasis, l’illuminazione spirituale o Sophia, che equivaleva in sostanza ad una forma suprema del rinnovamento interiore raggiunta attraverso la sublime esperienza erotica del Femminile (in India questa speciale tecnica sessuale è conosciuta dalla dottrina tantrica come Maithuna, un raffinato procedimento di sensi che permette all’uomo di assimilare appunto dentro di sé l’innata sapienza magica della donna).

L’atto sessuale tra un uomo e la sacerdotessa era il mezzo per ricevere la gnosi, per fare esperienza del divino.  Il corpo della sacerdotessa diventava, in modo impensabile per il mondo occidentale contemporaneo, letteralmente e metaforicamente una via per entrare in rapporto con gli dei.

Le Devadasi tantriche era anche prostitute sacre. Ovviamente per noi e’ difficile staccarci dal significato negativo moderno del termine. In molte popolazioni in antichita’ , anche mediterranee, le donne dovevano staccarsi per almeno un anno dalla famiglia e dedicarsi alla Ierogamia sacra all’interno dei templi, facendo da tramite attraverso la sessualita’ tra immanente e il trascendente, facendosi possedere sugli altari sacri. Addirittura sembra che nel Golfo di PortoVenere in Liguria (notare il nome) sia esistito un culto delle Ierodule simile. I portoghesi tradussero il termine devadâsi, che si incontra già in Buddhagosa, autore buddista del V secolo d.C., con bajadère (ballerine), le danzatrici sacre dei templi indiani;

Per i pagani, infatti, le donne erano naturalmente in contatto con il divino, mentre l’uomo, da solo, non poteva raggiungere questo obiettivo». E commentando nella sua raffinata prosa d’antan uno studio sulla sessualità sacra assira, Julius Evola (Metafisica del sesso, cit., p. 213) precisa:

“…Erano queste giovani sacerdotesse che avevano, anche, il nome di «vergini» (parthénoi ierai), di «pure», di «sante» – qadishtu, mugig, zêrmasîtu; si pensava che incarnassero, in un certo modo, la dea, che fossero le «portatrici» della dea, da cui traevano, nella loro specifica funzione erotica, il nome – ishtaritu. L’atto sessuale assolveva così per un lato la funzione generale propria ai sacrifici evocatori o ravvivatori di presenze divine, dall’altro aveva una funzione strutturalmente identica a quella della partecipazione eucaristica: era lo strumento per la partecipazione dell’uomo al sacrum, in questo caso portato e amministrato dalla donna…”

Questo concetto e’ piu’ volte ribadito anche nella Via tantrica. Cioe’ la potenza della Shakti porta l’uomo nel contatto con il Divino attraverso il corpo della Donna/Divina e attraverso la congiunzione sessuale con lei.

“….L’aspirante dovrebbe impegnarsi per ottenere realizzazioni spirituali con mantra e consorte. Incontrati lungo il sentiero segreto. Percorrere il sentiero segreto senza consorte non garantirà agli esseri la perfezione. Raggiungete quindi l’illuminazione  dedicandovi con la massima diligenza alle attività del gioco erotico con una donna….”  –  Cakrasamvara Tantra

Si noti che alle ierodule era solito attribuirsi gli epiteti di «Vergine Santa» o «Grande Prostituta», titoli che in ogni caso nel paganesimo matriarcale si riferivano comunemente ad una sacra sacerdotessa depositaria dell’oscuro segreto femminile relativo alla gnosi magica del divino, essendo costei l’incarnazione terrena della Dea sotto la cui benedizione amministrava nei templi il culto religioso: di fatto, lo stesso termine harlotche nell’inglese letterario odierno designa una prostituta, trae origine, attraverso il francese medievale, proprio dalla parola greca “ierodula” (lett. serva sacra). Ora, tra le incombenze liturgiche delle Sante Vergini o ierodule, le serve sacre del tempio, c’erano i doveri di somministrare la grazia celeste della Dea, di far guarire dalle malattie attraverso lo sputo medicinale e le secrezioni della vagina, di profetizzare, di eseguire le sacre danze in onore della divinità nonché di intonare le lamentazioni funebri e di diventare «Spose» del dio-sacerdote nei riti prestabiliti del matrimonio sacro. 

L’appellativo Vergine Santa non stava però ad indicare verginità fisica in senso stretto, ma piuttosto acquisiva il significato di «ragazza nubile»: pertanto le ierodule erano sia vergini in quanto non vincolate da alcun legame matrimoniale, e sia sante perché manifestavano pubblicamente la funzione sacerdotale, essendo la rappresentazione terrena delle varie dee nei cui confronti amministravano il culto religioso, basato sulla sessualità sacra.

Sicché, qualora fosse stato generato un figlio, per logica a costui si conferiva un epiteto che allora non poteva dar luogo ad equivoci, ove nel caso particolare dei Semiti suonava come bathur e per i Greci parthenioi, cioè il «nato da vergine».

Sia chiaro che lo stesso termine che in lingua latina esprimeva una ragazza illibata non era virgo bensì virgo intacta: il primo vocabolo veniva riferito comunemente ad una giovane nubile, ovvero non ancora sposata, mentre l’altra voce connotava decisamente la mancanza di esperienza sessuale.

Jose’&Resya- TantraLove  – integrando materiale tratto dal Web

 

 

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